La settimana delle Anime del Purgatorio.
Il Sacro
Java Prigatorvet è la settimana di commemorazione dei defunti del calendario liturgico bizantino (l’equivalente del 2 novembre della chiesa cattolica latina). Java Prigatorvet inizia la sera della Domenica dedicata al Figlio al Prodigo e si conclude il sabato successivo, appunto il Sabato dei defunti, che precede la prima domenica di Carnevale. La domenica sera iniziano le funzioni religiose in memoria dei defunti che si protraggono per tutta la settimana e si concludono il sabato con la solenne liturgia. Le preghiere del sabato, ma anche di tutta la settimana, sono tratte dal Trisaghion; nel medesimo giorno su un altarino posto davanti l’iconostasi, si pone un vassoio di il grano bollito con il significato salvifico, ossia la resurrezione dei morti nel regno di Dio. A fine liturgia, i fedeli cantano per tre volte una strofa tratta dal Trisaghion:
“I përjetshëm qoftë kujtimi yt,o i lumturi dhe përkujtuari vëllau ynë/
Eterna la tua memoria, fratello nostro Indimenticabile e degno della beatitudine”.
Il Profano
Le credenze popolari sono una sorta di reinterpretazione della religione; Se Dio concede, l’uomo si applica per fare bella figura. Così, se Dio ha concesso alle anime Dei morti una settimana di commemorazione, queste sono libere di vagare tra i loro cari e gli “uomini” in loro onore fanno l’elemosina.
Quando ero bambino ero ingordo, mi ficcavo in testa una busta di plastica per imitare un fantasma, lo stesso i miei coetanei; nessuno ci aveva spiegato la simbologia del nostro vagare notturno, nessuno mi aveva spiegato perché alcuni bambini venivano a bussare di sera a casa e urlavano “sandi prigaturi”, pretendendo in dono soldi e merendine. Da quanti secoli si facesse non ne avevo idea, nemmeno ora lo so; ma ho scoperto col tempo di essermi mascherato da fantasma, di aver mangiato a sbaffo l’elemosina fatta ai morti, da parte di persone che davvero ci credevano. Non ho mai ringraziato, né ricambiato.
La settimana trascorreva veloce tra scuola e elemosine. Poi giungeva il sabato pomeriggio; le campane di San Basilio suonavano, ci richiamavano per il grande rito finale: mangiare il grano condito. All’entrata della chiesa, adagiati sopra un tavolo, tre grandi vassoi ricolmi di grano bollito, benedetto e condito con cioccolata, caffè, confetti e cannella. Una delizia. L’ho mangiato per anni senza che mai nessuno me lo avesse spiegato, manco i preti. Ho mangiato per anni la vita, e non lo sapevo. Il grano germoglia anche al buio, è la vita nell’aldilà; il grano germoglia al sole, è la vita che si compie; il grano dopo essere diventato come l’oro, diventa la base del pane che mangiamo, è il nostro sostentamento.
Mentre mangiavo col cucchiaino il grano che mi era stato versato nel bicchierino di plastica, vedevo alcune donne rimaste ancora sedute sui banchi della chiesa, guardavano verso l’iconostasi. Le spalle strette, il capo chino da un lato. Si lagnavano. Ho scoperto col tempo che quella lagna era una canzone di pietà, una richiesta d’amore verso Dio, perché chi perde qualcuno sente il bisogno di implorarlo per far accogliere il proprio estinto. Ancor più tardi ho scoperto che era una canzone scritta nel XVIII secolo in un paese arbëreshë non molto lontano dal mio, una sorta di reinterpretazione del De Profundis, salmo 129. Col tempo ho imparato ad amare questo canto, forse perché nel profondo del mio cuore spero che un giorno qualcuno la dedicherà alla mia memoria, perché ricordare è l’unico modo per continuare ad amare chi ci ha amato, ma ha dovuto salutare questa terra. Come natura comanda.
