LA VALLJA

Il folklore, inteso come forma di trasmissione popolare delle proprie origini, ha mantenuto vivo in Ejanina un sentimento di etnia, che si è tramandato intatto fino ad oggi, a ben 524 anni di distanza dall’arrivo degli albanesi in Calabria Citra. Non si sa come e perché questo sia successo forse, come sosteneva Luigi Maria Lombardi Satriani, la cultura arbëreshë si stabilizzò, divenendo una forma comune di ‘cultura subalterna’, una forma dialettale della Calabria, non dissimile dalle forme e dalle culture popolari e dialettali del resto della regione.
Bisogna anche scindere la tradizione popolare ‘imparata’ da quella vissuta, poiché sono due forme totalmente diverse; la prima è una forma teatrale, intrisa di vanità, la seconda è una forma sincera di qualità e di semplicità nel vivere. La subalternità ‘imparata’ trova riscontro nella società degli ultimi vent’anni che, tra la legge sulle minoranze linguistiche e i ‘social’, ha determinato una massiccia diffusione e promozione del folklore italo-albanese; invece la subalternità vissuta è quella delle persone nate a cavallo tra le due guerre, sottintendendo le classi sociali povere e non istruite, che tutt’oggi non sanno perché parlano l’albanese o perché nelle loro chiese i preti cantano allegramente inni sacri in albanese o in greco. Tuttavia sono stati parte fondamentale nel tramandare la cultura popolare, ma a nessuno di questi è stato mai letto Sugli Albanesi di Vincenzo Dorsa, scritto nel 1847, o addirittura il più antico testo del Rodotà.
La testimonianza più antica delle usanze folkloristiche arbëreshë la si trova in Croniche et antichità di Calabria di Marafioti a circa un secolo dall’arrivo degli sventurati:

“Quando sono giorni di festività ‘l Carnivale, e altri, usano fare alcuni giuochi alla moresca, e si prendono coll’una, e l’altra mano homini, e donne, e fanno un giro,e hor si stringono e hor s’allargano, e ballando tutti cantano nella loro lingua Albanesca”.

Il sacerdote frascinetese, invece, Vincenzo Dorsa (1823-1885), nel suo testo Su gli Albanesi, descrive le tradizioni popolari in chiave antropologica:

“Si cantano a coro canzoni che ricordano Scanderbek e i tempi bizantini: ma spesso, secondo che offresi circostanza festiva, hanno luogo canzoni improvvise dettate da una delle donne o da uno degli uomini che posti al capo ne dirigono i movimenti”.

Dorsa, ancora, racconta di come c’era l’usanza degli uomini, ‘i vecchi’, di intonare canti per ricordare le gesta di Skanderbeg e questi indossavano una specie di turbante alla turca; le donne, invece, vestivano vestiti di raso colorato. Queste usanze, chiamate Vallja, vengono celebrate tra la domenica e il martedì di Pasqua; Dorsa sostiene che questa usanza era relativa ad una presunta vittoria di Skanderbeg contro i turchi, proprio in un giorno di Pasqua.
Vallet (plurale di Vallja), citate dal Marafioti (1601) e dal Dorsa (1857), altro non sono che una danza popolare che viene inscenata a Pasqua o a Carnevale; ponendo come esempio di confronto la danza popolare calabrese, quindi la tarantella, che viene a caratterizzarsi per una forma concitata di musica e di movimenti di due persone, la vallja è tutto l’opposto. La danza non ha uno strumento musicale alla base, se non la voce dei cantori, un gruppo di circa dodici persone dello stesso sesso, o misto, si congiungono tramite il lembo di un fazzoletto o per mano, muovendosi in maniera lenta e flessuosa. Le Vallie si caratterizzano anche per la loro disposizione a ferro di cavallo, ai due estremi gli uomini, detti ‘caporali’, seguiti dalle donne, tutti si tengono tramite il lembo del fazzoletto e cantano canzoni popolari, senza danzare.

Costume arbereshe Eianina Frascineto
Vallja Eianina
Costume arbereshe Eianina Frascineto
Vallja Eianina
Costume arbereshe Eianina Frascineto
Vallja Eianina

vallja vallet ejanina
Altre volte al centro della vallja vi sono il portabandiera e una ragazza, che anticipano il passo del gruppo, questi, sovente, si fermano e congiungono le loro braccia ad arco, mentre tutti i membri della ridda ci passano al di sotto, per poi riprendere il canto.
Altro elemento tipico della vallja è la cattura di una persona ‘latina’, che viene accerchiata dalla ridda e deve pagare il riscatto per essere liberato, il cui significato potrebbe essere relazionato all’antica convivenza tra albanesi e italiani di Frascineto.

Per quanto riguarda la tradizione popolare storica si è tramandato, a Frascineto ed Ejanina, un testo, presumibilmente originale, che narra di una battaglia di Skanderbeg:

“E Skanderbegu një menatë/e Skanderbeg un mattino
Po m’e mbjodhi shokërinë,/ha radunato la compagnia,
E m’e mbjodhi e m’e mbitoj/l’ha radunata e l’ ha invitata (a banchetto)
Me mish kaponjsh e lepuresh,/con carne di cappone di lepre,
me krera thllëzazish,/con teste di pernici,
me filljete mështjerrazish!/con fianchi di vitelli!
Kur ish për me fërnuar,/quando stava per finire,
dual ndër dritorazit/uscì dalle finestre,
shtu sit ndë nj’rahj,/voles lo sguardo su di un colle,
skomollej një spiùn,/ravvisovvi una spia:
Se ju shokzit e mì/O miei compagni,
tradhtmi ë ndër né!/tradimento è fra noi!
Cili ndër ju m’gjëndet/chi di voi è disposto
të më verë nd’atë rahj,/a recarsi in quel colle,
të më shorë ҫ’bënet?/per conoscere che vi accade?
Mos njari ndër’tà u gjënd,/Nessuno di loro si trovò (disposto),
aì dërtoj kalthin/egli preparò il cavallo,
e m’u nis e vate vet,/e partì solo,
e me gjet Rrinigatin:/e trovò il Rinnegato:
Se ti qen e Rrinigat,/O tu cane Rinnegato,
o m’e siell o t’e siell!/o attacchi o attacco!
Më ja suall Rrinigati,/Attaccò il Rinnegato,
e m’i preu brezthin;/e gli tagliò le redini (la cinta);
më ja suall Skanderbeku/Attaccò Skanderbeg,
e m’I preu krahtin/e gli troncò il braccio,
e i lavosi kalthin/e gli ferì il cavallo
[…]”
( da BILOTTA, B., Canti Albanesi, 1916,)

Il ruolo principale nella vallja spetta alla donna, detentrice del costume tradizionale, utilizzato fino a pochi decenni addietro come l’abito delle nozze o delle cerimonie importanti che, con i suoi colori cangianti, attira l’attenzione . Il costume tradizionale si suddivide in due categorie: uno di seta, quindi di gala o per il matrimonio; l’altro, kukulje ossia giornaliero e di lino grezzo. Gli elementi principali del vestito femminile sono:

costume vestito arbereshe amato

Linja-il camicione bianco di lino, caratterizzato da un vaporoso merletto all’altezza del collo.
Sutanièli-la sottana
Kamizolla-la gonna. Il vestito di gala semplice presenta la gonna di seta rosa ricamata con fiori in filigrana, quello giornaliero, invece, presenta la gonna rossa con alla base una striscia di raso verde, che indica il rango sociale delle fanciulle, infatti, la gonna può presentare uno o più fasce di raso di spessore diverso.

Costume arbereshe Eianina Frascineto
Fasi dell’abbigliamento di una donna Arbëreshë : linja, sutanieli, kamizolla

Còha-la seconda gonna. Elemento relativo solo al vestito di gala, si aggiunge alla kamizolla rosa, questa si presenta di colore blu acceso, ricamata con i medesimi fiori in filigrana. La kamizolla unita alla coha erano il vestito del matrimonio.
Xhipùni-il giubbetto. Nel vestito di gala (anche nella versione del matrimonio) si presenta di seta azzurra-blu, riccamente ornato in oro; nel vestito giornaliero, il giubbetto si presenta di velluto o seta nera, può presentare decorazioni in filigrana o in altro materiale.
Tuqili (o betini), è un elemento che si mette sul petto, sotto la linja, in modo da nascondere la sporgenza del seno.
Skòla–la cravatta, è un elemento che impreziosisce il vestito e si indossa lungo il merletto della linja, ricamato in filigrana.

donna in costume arbereshe
Këpucët-le scarpe.
Mburrlloket: Kanàkat, spingulat, braҫalletet, rriqinet e unazat-I preziosi: collane, spille, bracciali, orecchini e anelli. Come per le donne di ogni tempo, tutto in abbondanza.
Skamandili-il fazzoletto.

Costume arbereshe Eianina Frascineto

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